a cura di Lorenza Guidotti
Mentre stava morendo mio padre, mi ha scritto questo sms: nessuno può aiutarti, tanto meno io. Avrei dovuto capirlo subito. Mi ha invischiato come in una tela di ragno, giorno dopo giorno, ha cominciato a smontare la mia autostima, a farmi sentire una nullità. Le sue scenate avevano una cadenza ciclica: prima una volta al mese, poi ogni 15 giorni.
Ormai conoscevo la dinamica: cominciava con una litigata, magari solo perché mi ero permessa di contraddirlo. Poi diventava un'escalation. Senza un vero motivo, a un certo punto cominciava l'inferno. Ovunque fossimo, mi scaricava dalla macchina: vattene, non vali niente, adesso questa me la paghi, stai da sola ora e vediamo cosa riesci a combinare, me ne trovo un'altra, più in gamba, più bella e così di seguito. Una volta mi ha quasi fratturato un polso. Me ne andavo, sparivo. Dopo quindici giorni ricominciava con gli sms, le mail, chiamava i miei amici. Sapeva toccare i tasti giusti. E quando tornava, era l'uomo più dolce del mondo. Ma poi bastava una frase sbagliata (mi vuoi bene? la richiesta di conferme lo mandava in bestia) e via con gli insulti, le denigrazioni, le umiliazioni.
Per molto tempo ho pensato che avesse ragione: è colpa tua, è colpa tua, è colpa tua, mi diceva sempre. Poi ho capito: era lui che non valeva niente, era lui che non sapeva stare da solo, era lui che meritava di essere lasciato. E sono io, Lorena, che mi merito un altro uomo, un'altra storia, un'altra vita.
